EUPJ Torah

Va’eira – Italiano

EUPJ Ten Minutes of Torah

Vedere cosa non riusciamo più a vedere

Rabbi Akiva Weingarten (traduzione di Lev Chadash)

Parashat Wa-erà si apre con una dichiarazione sorprendente da parte di Dio:

“Sono apparso ad Abramo, Isacco e Giacobbe come El Shadday, ma con il mio nome Y-H-W-H non mi conobbero” (Esodo 6:3).

La rivelazione, in questo versetto, non è un singolo momento, ma piuttosto un cerchio che si allarga sempre più. I patriarchi sapevano qualcosa di Dio. L’invito per Israele, in Egitto, è di giungere a una conoscenza più profonda. Questa conoscenza si espanderà ulteriormente al Sinai. In altre parole, l’ebraismo cresce attraverso livelli di visione che si dispiegano in continuazione.

Eppure, Wa-erà ci pone immediatamente di fronte alla dinamica opposta: i modi in cui diventiamo incapaci di vedere. “Ma essi non ascoltarono Mosè, a causa del respiro affannoso e del duro lavoro” (Esodo 6:9).

La Torà nomina una verità spirituale che è dolorosamente familiare nelle comunità ebraiche di tutta Europa: le persone che vivono sotto pressione, sia pressione economica, o ansia politica, o paura di vessazioni o antisemitismo, smettono di ascoltare anche le parole intese a liberarle. Il trauma restringe il mondo interiore e la visione si riduce.

La crisi duplice: il cuore indurito del Faraone e lo spirito abbattuto di Israele

Gran parte della parashà Wa-erà è incentrata sul cuore indurito del Faraone. Sette volte il suo cuore viene indurito, a volte da Dio, a volte da lui stesso, a volte dalla naturale inerzia del potere.

La parashà mostra anche, però, che il cuore di Israele è spezzato. Il rifiuto del faraone di lasciar andare il popolo si riflette nella loro incapacità di credere che giungerà mai la libertà.

Il Baal Shem Tov insegnava che spesso lo yetzer harà (l’istinto al male) porta una persona all’atzvùt, alla tristezza, facendogli credere di aver commesso un peccato e che non esista più la possibilità di rimediarvi. Questa dinamica è ben visibile nelle comunità ebraiche di tutta Europa. Si tratta di piccole comunità, stanche dopo decenni di ricostruzione, che si trovano ad affrontare l’antisemitismo che divampa inaspettatamente o il declino demografico. Il pericolo non sta soltanto nell’ostilità dei “faraoni” del mondo, ma anche nell’esaurimento interno che ci fa dimenticare chi siamo destinati a essere.

Ma Dio appare di nuovo, “Wa-erà”, proprio lì. In questo contesto, Dio dice: “Wa-erà, sono apparso”.

La rivelazione non arriva quando Israele è spiritualmente preparato, ma proprio quando è più schiacciato. Dio li incontra quando la loro visione è offuscata. È questo, forse, l’elemento più radicale della parashà: il Dio conosciuto solo in parte dai patriarchi diventa pienamente presente a una generazione che riesce a malapena a respirare.

La rivelazione, quindi, non è una ricompensa per un risultato spirituale, ma un atto di solidarietà divina.

Ci penso spesso quando visito le piccole congregazioni europee, dove si riunisce a malapena un minyan il venerdì sera, dove i corsi per bar/bat mitzwà contano cinque studenti sparsi in un’intera regione. Eppure, in quelle stanze modeste, c’è qualcosa che ricorda l’affermazione “Wa-erà”: una presenza che non dipende dalla grandezza.

Le piaghe: la rottura come rivelazione

Le dieci piaghe iniziano in Wa-erà e, sebbene la loro violenza sia inquietante, portano con sé un tema teologico: la realtà deve essere sconvolta affinché sia possibile una nuova visione.

Quando il Nilo si trasforma in sangue, la Torà ci dice: “Gli egiziani non potevano bere l’acqua del Nilo” (Esodo 7:21). Non si tratta semplicemente di una punizione, è un’interruzione. Un sistema in cui l’oppressione è diventata normale deve prima essere sovvertito. La rottura dell’ordine costringe alla consapevolezza.

Nel nostro contesto, interpreto le piaghe come metafore di momenti che scuotono le società dal loro autocompiacimento. L’antisemitismo crescente, i dibattiti pubblici sull’identità, le crisi dei rifugiati, la polarizzazione: nessuna di queste “piaghe” è benvenuta, ma mettono a nudo delle verità precedentemente ignorate. Costringono l’Europa a confrontarsi con i limiti delle sue promesse liberali.

La questione non è se la crisi arriverà, ma come la interpreteremo: ci trincereremo come il Faraone, o sapremo leggere nelle fratture un invito al cambiamento, come fece Israele?

Il pericolo della familiarità: Mosè e Aronne davanti al Faraone

Un dettaglio spesso trascurato è la dinamica tra Mosè e Aronne. Quando Aronne getta il suo bastone e questo si trasforma in un serpente, i maghi egiziani riproducono il trucco. Ma poi: “Il bastone di Aronne inghiottì i loro bastoni” (Esodo 7:12).

Questo versetto ha una lettura midrashica: il bastone torna ad essere un bastone prima di inghiottire gli altri. In altre parole, la liberazione non richiede spettacolarità, ma autenticità. Il futuro ebraico non sarà assicurato dall’essere migliori degli altri, ma dall’essere più profondamente noi stessi.

In un contesto europeo, questo è un messaggio cruciale. Le comunità ebraiche spesso sentono la pressione di “giustificare” la propria presenza, di spiegarsi culturalmente, politicamente ed esteticamente, come se l’assimilazione fosse il prezzo da pagare per l’accettazione. Wa-erà, al contrario, insegna che la redenzione avviene quando torniamo alla nostra forma autentica e annulliamo, con delicatezza ma con sicurezza, le narrazioni che ci sminuiscono.

Una lettura europea: imparare a vedersi di nuovo

Il tema dominante di Wa-erà è il ripristino della vista. Dio mostra sé stesso, Israele impara di nuovo a vedere la speranza, il Faraone rifiuta di vedere l’umanità che schiavizza.

L’Europa di oggi sta lottando con una crisi di visione. La polarizzazione crea bolle, la paura distorce la percezione, le comunità parlano senza ascoltarsi. Le comunità ebraiche si sentono osservate ma non viste, presenti ma non comprese.

Questa è la sfida che ci presenta parashat Wa-erà. Ovunque l’oppressione spirituale o sociale renda impossibile l’ascolto, qualcuno deve riprendere a parlare. Ovunque i cuori siano induriti, qualcuno deve fare il primo passo per ammorbidirli.

Mosè ne è un esempio. Nonostante i ripetuti fallimenti, torna dal Faraone. Nonostante l’incapacità di Israele di ascoltare, parla di nuovo. È la perseveranza, non la perfezione, che muove la storia.

Conclusione: scegliere di vedere

Wa-erà ci invita a coltivare una visione lenta e tenace, quella che vede le possibilità anche quando il momento sembra senza speranza. Per la vita ebraica in Europa, questo significa continuare a costruire, insegnare, accogliere e creare spazi ebraici con fiducia, anche quando le comunità si sentono piccole o ridotte all’osso.

La rivelazione non è un dono del passato, ma una pratica per il presente. Come dice Dio all’inizio della parashà: “Wa-erà, sono apparso”.

Il mio augurio è che possiamo imparare a percepire ciò che appare dinanzi a noi e che la nostra rinnovata visione ci aiuti a passare, personalmente e collettivamente, dalla schiavitù alla libertà.

Rabbi Akiva Weingarten è il rabbino della città di Dresda, in Germania, e in precedenza ha servito la comunità liberale Migwan a Basilea, in Svizzera. È il fondatore della sinagoga Haichal Besht a Bnei Brak, in Israele, della sinagoga Haichal Besht a Berlino e della Besht Yeshiva a Dresda.

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